“Odio l’estate”: Paola De Simone racconta Bruno Martino

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  • 12 luglio 2010
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Non solo “Nel blu dipinto di blu”. Nel mondo c’è un’altra canzone italiana famosissima, che non avrà vinto il Grammy come il pezzo di Modugno ma è stata ugualmente coverizzata da alcuni dei più grandi artisti internazionali, sino a diventare il simbolo italiano di un genere, il jazz. Il riferimento è ad “Odio l’estate”, altrimenti nota come “Estate”, anno 1960, parole di Bruno Brighetti, musica e voce di Bruno Martino.

E’ a questa canzone ed al suo interprete, il più popolare portavoce dello standard jazz italiano che Paola De Simone, giornalista musicale, direttrice di Popon, il giornale della musica italiana e speaker di Radio In Blu ha dedicato un libro. “Odio l’estate”, appunto. Un viaggio dentro la canzone ed il suo interprete raccontato da chi l’ha avuto vicino e da chi invece l’ha conosciuto attraverso le sue canzoni.

Il 12 giugno sono trascorsi 10 anni dalla morte del grande Bruno Martino. Ma le motivazioni che hanno dato origine al volume non sono soltanto queste.

Infatti è così e anzi quella è stata soltanto una felice coincidenza. Il libro è nato prima di tutto per una mia esigenza, che mi portavo dietro dal 2003: volevo leggere qualcosa sul jazz e sulla figura di Bruno Martino, ma in giro non trovavo niente. Così ho deciso di scrivere di mio pugno. L’occasione della collana Donzelli che permette di scrivere attorno ad una canzone ha unito le due cose. Quando poi si è trattato di scegliere il brano, beh, non ho avuto alcun dubbio su “Odio l’estate”.

Anche perché appunto, nel mondo la conoscono tutti…

E’l’unica canzone italiana considerata uno standard jazz internazionale e tutti i più grandi del jazz l’hanno cantata. Si pensi a Joao Gilberto, che ne ha fatto un successo nel mondo, ma anche a Tooth Tielemans, Chet Baker, Michel Petrucciani. E in Italia è una canzone che ha unito generazioni. Nel libro ne parla Vinicio Capossela, che ha fatto la prefazione, ma anche Jimmy Fontana, il primo a cantarla dopo Martino ma ci sono anche testimonianze di artisti come Fabrizio Bosso, che ha 36 anni, Sergio Cammariere, che è nato quando è nata la canzone, a Renato Sellani, amico di Bruno Martino.

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Nonostante questo e nonostante la popolarità della canzone, Bruno Martino non ha riscosso il successo che avrebbe meritato nel mainstream

Bruno Martino, con la sua musica “confidenziale” ha uno stile che resta di nicchia, che non fa “numeri”. Anzi, negli anni’60 quando ha cominciato ad andare di moda il beat, quei suoi arrangiamenti retrò non gli hanno permesso di esplodere. Ma lui ha sempre continuato a suonare, sino alla fine. Nelle biografie c’è scritto che la sua ultima apparizione è del 1993, ma non è vero: ha suonato sino alla sera di Capodanno del 2000, sei mesi prima della sua morte.

E poi c’è il Bruno Martino uomo, raccontato dalla moglie Fiorelisa Martino

Paola De Simone

Lei è molto riservata, come il marito ed all’inizio aveva declinato il mio invito. Poi ha capito la bontà del progetto ed è venuta a casa mia: abbiamo trascorso una mattinata bellissima, nella quale mi ha raccontato un rapporto di 30 anni che ha lasciato un segno indelebile nella sua vita. Bruno Martino era un uomo riservato timido, quanto invece la sua musica era divertente. Probabilmente suonare gli dava la carica e lo stesso facevano i suoi musicisti. Su tutti Bruno Brighetti, autore delle parole di “Odio l’estate”: oggi non suona più e da 44 anni vive in Africa: è uno showman, una persona allegrissima. Bruno Martino invece era un uomo coltissimo, un intrattenitore. Lo chiamavano “enciclopedia”, era persona di grande cultura con la quale potevi parlare di tutto. La musica era il suo modo per comunicare.

Un libro ed una canzone che riportano all’attenzione il jazz, un genere sempre troppo poco sotto le luci della ribalta.

Piano piano in Italia si sta riscoprendo. Dico in Italia, perché nel resto del mondo invece è sempre al centro dell’attenzione. Oggi, grazie alle contaminazioni con il pop ce lo troviamo dentro casa ogni momento, si sta facendo largo. E il fiorire di manifestazioni musicali dedicate al jazz che c’è nel nostro paese e l’alta affluenza di pubblico, sono il segno che comunque questo genere musicale è in grande crescita. Del resto, il jazz è anche difficile da definire, è così vario ed aperto che si presta a tantissime contaminazioni. Penso ad una frase del film “Il pianista sull’oceano”, quando uno dei protagonisti sente una musica e si chiede cosa sia e gli rispondono: “Se non sai cos’è,  è il jazz”.