Cambogia, Spotify e i ‘falsi d’autore’: i troll al tempo della musica digitale

Un tempo erano i Den Harrow, i Milli Vanilli, le Valerie Dore: artisti ‘costruiti’ in laboratorio, con modelli di bella presenza che prestavano il corpo a voci dietro le quinte. Prodotti da juke box al servizio di motivi di facile consumo e rapido successo. Ne parlammo tempo fa, in un nostro approfondimento: era un modello che negli anni 80 e buona parte dei ’90 funzionò niente male (Den Harrow vinse anche ‘Vota la voce’, ironia della sorte…).

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Col passaggio dalla musica in vinile a quella liquida, il trolling musicale ha assunto dimensioni abnormi e forme svariate ma allo stesso tempo è servito per mettere a nudo alcune questioni sulle quali tutti noi che scriviamo di musica dovremmo riflettere. La prima è che l’indie è una moda. Talmente grande che oggi è diventata solo un’etichetta, ben lontana dal concetto iniziale di musica slegata dalle grandi major, magari anche lontana dal sound commerciale. E’una moda perchè oggi molte produzioni indie si somigliano, per provare a cavalcare quel minimo di successo che può derivare da un pezzo azzeccato che passa nelle radio. La terza è che noi che scriviamo di musica – ma in fondo un po’ tutti noi giornalisti, in generale – dovremmo smettere di fare copia incolla e ricominciare a farci domande, pretendere risposte e fare ricerche.

Cambogia, il cantante falso. Il troll del secolo, quello che scoperchiato il pentolone è quello di Cambogia. Così simile a Calcutta (nelle canzoni, nel nome, ma anche nella comunicazione social), a The Giornalisti e tante altre cose. Oggi bastano un pezzo caricato su yotube, una pagina facebook gestita mediamente bene e il gioco è fatto. Cambogia non è mai esistito, è solo una produzione nè più e nè meno come quelle di cui si parlava all’inizio, con l’unica differenza che non è mai andato ospite in tv. Un volto che fa finta di cantare, una band che fa finta di suonare, una società di videomaker che fa finta di essere l’ufficio stampa e l’etichetta, un finto live che invece era una messinsena in playback e uno che canta per davvero, dietro le quinte. Canta roba bella, attenzione. Canzoni credibili, in un contesto di totale presa in giro, che però tutti hanno preso per vera. Tutto uguale a 30 anni fa, tranne che allora l’etichetta era vera e le canzoni veramente in commercio.

Cambogia è salito alla ribalta così in fretta da essere sfuggito di mano a chi l’ha pensato, la Ground’s Oranges e così nel video dell’ultimo singolo ‘Le luci rosa’ è stato svelato tutto.

Cambogia non esiste. Cambogia è un personaggio di fantasia creato da Ground’s Oranges. Il progetto nasce ad agosto 2016 come estremizzazione della figura del cantante indie e come esperimento sociale volto a sottolineare la maggiore importanza attribuita all’hype rispetto alla reale proposta musicale. Andrea, che voi identificate come Cambogia, non sa cantare e non sa suonare, non è nemmeno un attore, è solo un amico che ha prestato il volto giusto a questa causa. […] Abbiamo ricevuto nel corso di quasi un anno più di 40 proposte per live in tutta Italia, proposte di band emergenti per la produzione dei loro dischi da parte della nostra finta etichetta, proposte sessuali da fan “prima di diventare troppo famosi”. […] Abbiamo raccolto complimenti e insulti, rilasciato interviste su radio e webzine che ci hanno contattato di loro iniziativa

Come spiega Zavvo Nicolosi, mentore del progetto ed estensore del comunicato inviato alle testate e ripubblicato nel video: “Cambogia è nato sulla scia dell’esasperante continua proposta di nuovi artisti indie di ogni sorta”. Da qui l’idea della parodia, talmente parodia che no, non avrebbero potuto prenderla per vera, ha pensato la società creatrice “Il personaggio fin da subito doveva stabilirsi su una precisa linea di confine: un limbo tra troll e artista vero. La gente doveva chiedersi se stesse facendo sul serio o se fosse solo una presa in giro, e alla fine non doveva capirci più niente“. E invece no. Cambogia è la prova che nessuno si domanda niente e che il pubblico medio ascolta spesso per moda. Come i prodotti in serie usciti da Amici o i rapper sconosciuti che arrivano al primo posto spuntando dal nulla.

Musica vera, comunque, si diceva.   I brani dell’album nascono dalla collaborazione tra Davide Iannitti (quattro brani e voce principale del progetto) e Riccardo Nicolosi (sette brani), che nell’arco di tre mesi hanno ultimato il disco curando tutte le fasi della realizzazione in un piccolo studio di registrazione catanese.

Alcune delle cose dette da Zavvo Nicolosi lasciano aperti scenari inquietanti sulla cosiddetta “nuova scena musicale italiana”. Si chiede per esempio se la musica conti ancora qualcosa o basta una buona strategia di marketing.: “Scoprire certi meccanismi (a quanto pare consolidati), che si avvicinano di più al mondo della politica e delle porte aperte a suon di amicizie e scambio di favori, ci ha fatto un po’ paura“.   Qualcosa su cui riflettere anche per noi giornalisti. L’intervista è lunga, di solito non facciamo rimandi ad altri siti, ma il fenomeno è così interessante, che merita assolutamente di essere letta.

Leggi. Cambogia, come trollare la scena indie italiana

Il progetto Cambogia è finito, ma non la sua musica, perchè sulla pagina in questione è stato annunciato che  proprio per il gradimento generale della musica prodotta, presto chi ha realizzato la musica di Cambogia uscirà allo scoperto con un progetto vero. La data clou dovrebbe essere il 15 luglio, come si leggeva in un post poi rimosso.

Spotify, le licenze dubbie e i problemi con gli ascolti. L’altra notizia inquietante riguarda spotify, che se da un lato è un ottimo mezzo per fruire della musica oggi, dall’altro necessita assolutamente di essere regolamentato, soprattutto ora che gli streaming contano nella classifica delle vendite quando i download o gli acquisti fisici.

Il gigante dello streaming è accusato di aver messo artisti falsi nelle sue playlist. A svelare quello che pare un grande bluff internazionale è il sito Vulture.com. che in un articolo afferma che alcuni artisti in posizioni di spicco sulle playlist di Spotify non sarebbero reali. Music Business Worldwide ha pubblicato un elenco di 50 artisti ritenuti falsi. Spotify, tramite un portavoce, ha replicato:

Non abbiamo mai creato artisti ‘falsi’ da mettere nelle playlist di Spotify. E’ assolutamente falso, punto. Paghiamo royalty  per tutti i brani di Spotify e per tutto quello che pubblichiamo. Non possediamo diritti, non siamo un’etichetta: tutta la nostra musica è concessa in licenza dai detentori dei diritti, che noi paghiamo – non ci paghiamo da soli. Non possiediamo questi contenuti – li prendiamo in licenza e paghiamo royalties proprio come facciamo in ogni altra traccia.

In sostanza si tratta di artisti sotto pseudonimo, dietro cui si nasconondo veri cantautori e produttori, per la maggior parte svedesi, fra i quali gente anche famosa come Quiz & Larossi (che hanno prodotto fra gli altri Westlife, Kelly Clarkson e Il Divo) e Fredrik Boström autore fra gli altri anche di “Stay” di Tooji , Eurovision 2012 per la Norvegia.

La vicenda fa il paio con quella svelata qualche tempo fa da Allmusicitalia e Reality House sui conteggi degli streaming “taroccati”, vicenda che coinvolse -evidentemente a loro insaputa- Marco Carta, Deborah Iurato e  Annalisa: furono alcuni lettori a segnalare che a loro dire dietro i dischi d’oro digitali degli ultimi tre singoli certificati in ordine cronologico, ci fossero presunte anomalie legate al meccanismo di conteggio streaming. La vicenda è riassunta bene qui, e fece talmente eco da costringere spotify a rivedere le regole.

Tutto questo senza dimenticare che per andare al primo posto su Itunes Italia, obiettivo raggiungibile tranquillamente con 3000-4000 copie, è sufficiente un piccolo investimento da parte dell’etichetta discografica o dell’artista, che oltretutto tornerà in gran parte in tasca (praticamente quasi tutto, tolta la percentuale che va alla piattaforma). Per dirla con Caparezza, “Chi se ne frega della musica“. Business is the main thing.

Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cattolico, cittadino d'Europa, sinceramente Liberaldemocratico. Già speaker radiofonico. Ha scritto e scrive di cronaca, sport, religione e sociale per giornali nazionali e locali per vivere; scrive di musica su siti e blog per sopravvivere.

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