Sanremo 2019, il sound rassicurante e la mancanza di coraggio

Se avevate ancora bisogno di una prova dell’inutilità della giuria demoscopica, ieri sera l’avete avuta. Una classifica, quella uscita dopo la prima serata, ai limiti dell’assurdo, completamente conformata sull’ovvio e lo scontato, senza nessun guizzo e che anzi ha punito le proposte più coraggiose: Achille Lauro, Motta e Mahmood, ovvero gli artisti con i  brani più contemporanei, penalizzati da una giuria, che non esce dal circolo televisivo.

VECCHI MERLETTI. Sanremo è Sanremo e così succede che nel 2019 si possa ancora scegliere un brano totalmente off record, che dopo la rassegna scomparirà dai radar perchè più vecchio e stantìo delle canzoni sanremesi classiche, come quello de Il Volo, lontano parente anche di quel ‘Grande amore’ che se non altro, aveva una maestosità ridondante che esaltava le doti vocali dei tre interpreti. Di ‘Musica che resta’ invece non resta niente, o quasi, a parte l’inattaccabile perfomance vocale del trio e la sensazione di un pezzo di sessant’anni fa con un vestito tirato a lucido.

Difficile poi lamentarsi del fatto che la nostra musica, quella che si ascolta nelle radio e vende – che sia bella o meno -non faccia breccia al di fuori dei nostri confini. Per capire quanto sia lontano il nostro mainstream dalla percezione della nostra musica che hanno all’estero, basta dare un’occhiata ai tweet stranieri sulla canzone de Il Volo. L’Italia da esportazione è ancora quella e fra gli stranieri c’è perfino chi si stupisce quando gli si fa notare che in radio passa tutt’altro.

NESSUN RISCHIO. L’Italia musicale che cresce è Motta, che negli ultimi tre anni ha vinto due volte il Premio Tenco, il maggior riconoscimento assegnato alla canzone d’autore italiana, è il sound internazionale di Mahmood, che ha vinto due dischi di platino come autore (con Mengoni e Michele Bravi) ed è quella delle piazze piene di band come Ex Otago e Zen Circus.

La band pisana ha senz’altro scritto e cantato di meglio in carriera, ma il coraggio di presentarsi al Festival con una canzone completamente priva di ritornello avrebbe meritato almeno la fascia centrale. Il gruppo genovese invece paga forse un sound po’ scontato, ormai modello preconfezionato di un certo indie passato rapidamente dai club al mainstream, ma la loro canzone è una delle poche ondate di freschezza in un Festival sostanzialmente piatto a livello musicale.

NON CI RESTA CHE LA CRITICA. Dove è andato il giudizio della sala stampa, s’è capito ieri sera al Dopofestival ed è facile immaginare – visto che i giornalisti votanti sono sempre gli stessi -che dopo la classifica di ieri sera, la spinta per provare a far risalire i brani ingiustamente penalizzati sarà ancora maggiore. Venerdì sera, nella serata duetti, la giuria artistica rimpiazzerà la demoscopica, ma con i voti che non si azzerano – conterà la media – i distacchi potrebbero già essere incolmabili.

SCONTRO A TRE COL QUARTO INCOMODO?. Sorprendono – ma forse non del tutto – le posizioni centrali di Paola Turci e Arisa, ma se per la cantante lucana può avere avuto il suo peso l’effetto straniante di una canzone a metà fra ‘La sirenetta’ e le sigle di Raffaella Carrà,  risulta meno comprensibile il piazzamento della cantante romana, che al netto di un pezzo senz’altro meno forte rispetto alla sua recente produzione, è comunque pienamente dentro il mainstream.

Ultimo ed Irama sembrano avviati a giocarsi la vittoria, in un Sanremo che lentamente si appiattisce sulle già piatte classifiche musicali italiane.Da una parte una imitazione dello stile di Fabrizio Moro, che venerdì sarà supportata in duetto dall’originale, dall’altra un brano di buon appeal radiofonico che però non aggiunge niente di nuovo nè alla produzione dell’artista nè ad una rassegna che dovrebbe offrirne.

Attenzione però, perchè il pubblico di riferimento è lo stesso e oltretutto  non è detto che sabato sera sia davanti alla tv a votare. Il Volo, naturalmente faranno gara di testa, forti dell’altro pubblico, quello che ha in mano un telecomando ma poi non compra mai un disco.

E allora, non ci resta che tifare per una signora di 68 anni dai capelli azzurri, al suo undicesimo festival, che dopo un periodo difficile è salita sul cavallo giusto, per una seconda giovinezza artistica. Sarebbe un colpo clamoroso ed inatteso, ma pienamente meritato. A patto che le regga la voce sino a sabato.

 

Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cattolico, cittadino d'Europa, sinceramente Liberaldemocratico. Già speaker radiofonico. Ha scritto e scrive di cronaca, sport, religione e sociale per giornali nazionali e locali per vivere; scrive di musica su siti e blog per sopravvivere.

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