Ecco “In Vetrina”, l’album d’esordio dei 600 Young

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  • 27 Aprile 2020
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600 Young

Dei 600 Young ve ne avevamo già parlato l’estate scorsa quando pubblicarono Un Bicchiere di Punk. A quel tempo l’uscita dell’album In Vetrina era prevista per la fine del 2019, ma causa ritardi di vario tipo, tra cui anche il Covid-19 è stata posticipata fino a venerdì scorso.

Oggi quindi trattiamo di un album nuovissimo, ma anche speciale, considerando che si tratta di quello d’esordio. A grandi linee potremmo dire che la raccolta esplora molti generi: si va dal rock puro al più semplice punk, dal più raffinato prog fino ad arrivare alla musica etnica.

Ma ascoltiamo un brano alla volta e in ordine per avere un’idea più chiara. Se volete, potete leggere i testi nella descrizione dei video su YouTube.

Quattro Frecce

Si parte in auto con le quattro frecce azionate, ovvero con la tipica situazione d’emergenza in cui non sai bene cosa fare e sei costretto a fermarti momentaneamente al primo posto che trovi. Allude ai primi anni della band in cui i componenti non sapevano bene come produrre, in generale come approcciarsi al mondo della musica e quindi sono rimasti fermi come un’auto in emergenza. L’essenzialità dei suoni di questa intro non fa che ribadire questo concetto. Il flash finale però prelude a un futuro un po’ diverso…

Un Bicchiere di Punk

Vi avevamo già fatto ascoltare la versione live l’anno scorso; ora abbiamo la versione in studio. Il testo è tranquillamente comprensibile ad un primo ascolto: in una marea di pop è un tentativo di riportare in auge il rock messi male […] peggio degli Slipknot. Se non sapete chi sono googlateli e sicuramente tutto vi sarà più chiaro.

Il genere è rock ovviamente, ma anche punk per la sua semplicità e per il suo motivo di ribellione. Il ritmo sostenuto della batteria di Luca Paradjina nel ritornello gasa tantissimo e l’assolo finale di tastiera synth di Edoardo Manfrin impreziosisce il brano.

N5

Per chi si sta chiedendo come pronunciare il titolo: si legge “ennecinque” tutto attaccato e non in inglese. N sta per numero e 5 semplicemente perché è la quinta a essere stata realizzata. Potremmo dire che è un gigantesco ὕστερον πρότερον (hýsteron próteron, ovvero il successivo precedente): nella prima strofa infatti viene raccontata, secondo un’espressione foscoliana rivisitata, la fatal quiete, oppure la quiete dopo la tempesta per usarne una leopardiana. Qui però non stanno ad indicare né la morte né quel piacere passeggero piacere dopo lo scampato pericolo. Rappresentano qui qualcosa di molto più prosaico e sicuramente più accessibile di una poesia di Foscolo o Leopardi: la sbornia del sabato sera, una volta tornato a casa.

Il ritornello ci racconta il trip, il momento clou della festa, mentre la seconda strofa parla dell’inizio della serata. Ora capite come mai si tratta di un grande hýsteron próteron: viene narrata prima la fine e poi l’inizio. Per usare un’immagine che racchiude il senso del brano stesso: è come guardare il mondo al contrario tipo YouTube rewind per effetto dell’alcol. Tranquilli, ci torneremo presto, finita la quarantena…

La parte strumentale presenta almeno tre punti cruciali: tra intro e strofa, e tra le due strofe e il ritornello. Da un’intro che a momenti ti spacca i timpani si passa ad una strofa più tranquilla, e dalle strofe si passa un ritornello che diversamente dal consueto non riprende l’intro, per virare invece a una melodia più vagamente synthwave. Vabbè, d’altronde cosa potevamo aspettarci in un brano in cui tutto è al contrario?

Il finale del canto non reggo, svengo.

Marscial

Dante, dopo essere svenuto come di consueto, si risveglia in un posto ancora peggiore: Marscial è un brano che racconta dei puristi del rock che si sono chiusi nel loro mondo vecchio stampo. Il ritornello è abbastanza emblematico: Ma cosa te ne fai del Marshall se ti metti a fare blues, prendi una strato e fai qualcosa tipo i Muse. Ma cosa te ne fai dei capelli lunghi tinti col catrame se non istighi il plettro al suicidio con il tuo shred spaziale. È un attacco a tutti quelli che mescolano il rock con altri generi contaminando quindi il genere puro.

Potremmo quindi parafrasare così: ma cosa te ne fai del Marshall (produttrice di casse per chitarra e basso, simboli del rock puro), se poi ti metti a contaminare il rock con il blues, o se poi prendi una Strato (cioè la Fender Stratocaster, la chitarra per antonomasia, quindi simbolo del rock per eccellenza) e finisci per riprendere i Muse (simbolo invece dell’alternative rock). Ma perché ti metti a fare il figo coi pelli tinti se poi non riesci a fare uno shred (lo shredding è una serie di passaggi della chitarra che si basano su tecnica e velocità)  che possa portare il plettro a rompersi per la complessità della tecnica.

Attenzione però a non far coincidere questo pensiero con quello dell’autore del testo, Luca Paradjina, che ama in realtà sperimentare e contaminare più generi. In questo senso allora il brano arriverebbe a essere un simbolo dell’incoerenza che fa parte un po’ di tutti noi: da una parte il testo esprime un concetto, dall’altra il vero pensiero dell’autore è l’opposto.

Molto più verosimilmente potremmo pensare che in realtà il brano non voglia far passare alcun concetto, ma solamente divertire. Ed effettivamente Marscial è probabilmente il brano più radiofonico, pop e catchy dell’album. Il titolo Marscial, che rimanda alla compagnia Marshall è volutamente scritto sbagliato a indicarne il disimpegno.

Lady Burb

Questo è un brano molto particolare per la band: è il primo ad essere stato scritto, cominciato addirittura tre anni fa ed è quindi il pezzo che ha dato il via definitivo alla produzione. Si tratta di un invito a scacciare un evil virus, la depressione che sembrava aver colpito tutti, almeno secondo l’ottica dell’autore del testo, Luca Paradjina, che nel frattempo, nel corso degli anni, ha però elaborato un pensiero un po’ diverso finendo quasi per rifiutare il suo iniziale lavoro. Alla fine sembra averlo accettato concependolo come una tappa della sua maturazione.

L’autore non vuole ancora rivelare chi sia questa Lady Burb. Forse, un giorno, chi sa… intanto però possiamo godere di un brano, l’unico in inglese, assolutamente rock con un ritornello e un giro di tastiera molto orecchiabili.

Il Pastore dell’Etere

Concepito inizialmente come intro di Panta Lonely, alla fine è diventato un brano a sé a tutti gli effetti. Parla di un gregge guidato da un pastore. Non è altro che la rappresentazione dell’umanità che è guidata dalla paura che, se da un lato ti può schiacciare o affossare, dall’altro ti può portare a tirare fuori il meglio di sé.

Sicuramente è il brano più creepy dell’album e quello di più difficile ascolto.

Panta Lonely

Premessa: se non l’avete già fatto mettetevi ora le cuffie. Questo brano, pubblicato come singolo due settimane fa, ha probabilmente il testo più complesso e interessante dell’album. In controtendenza rispetto alle esigenze dei giovani che hanno paura della solitudine, qui il silenzio, tema caro a Montale presente in copertina, è ricercato. In un mondo iperconnesso di infinite possibilità e quindi anche di grande confusione nasce il bisogno di chiudersi per tentare di trovare qualcosa che vada oltre la superficie.

A quanto pare però non si tratta di un semplice momento di introspezione: l’autore, Marco Paradjina, dice di voler qualcosa oltre il tutto scorre, usando la famosa massima eraclitea. Una dimensione quindi che non sia nel naturale divenire del tempo, ma che sia trascendente, quindi oltre la realtà sensibile. Per dirla in breve sembra voler aspirare a un’esperienza mistica.

Non Pareva Male

Arriviamo al penultimo brano che è anche quello emotivamente più forte. Non Pareva Male racconta dell’illusione dell’amore spensierato. Qui l’autore del brano, Marco Paradjina, nella prima strofa, si mette nei panni di un personaggio che rievoca ricordi di momenti passati insieme con la ragazza: la sera si riguardano le vecchie foto insieme, ripensano alle uscite in inverno nelle piazze a -5°C mentre ascoltavano De Andrè con una cuffia in due.

Tutti immagini che, nel ritornello, si rivelano fragili, effimere. Il personaggio infatti dice che alla sera si illude ancora che quei momenti possano significare il vero amore, ma capisce che il rapporto, per poter proseguire, ha bisogno di sacrificio e impegno. A questo punto percepisce un senso di vuoto e la freddezza nella stanza che ne deriva gli brucia, cioè gli dà fastidio. Si sente sopraffare da questa nuova consapevolezza di un amore che non poggia più su basi solide, non poggia più su quelle certezze. Comprende che è un amore che deve essere rinnovato, proprio come l’acqua che rinnova ogni volta il suo corso bagnando, e quindi portando l’elemento della vita, la sabbia della battigia, simbolo invece del secco, di ciò che è immobile, di ciò che quindi non è più vitale.

A quanto pare però al protagonista non basta aver preso coscienza di tutto questo per compiere il cambiamento necessario. Nella seconda strofa infatti, comincia ancora una volta a rievocare i ricordi: non accetta l’elemento di novità e con un meccanismo di difesa si rifugia nel passato con la convinzione che possa essere sempre vitale. In altre parole non si assume le responsabilità che un amore maturo e non più adolescenziale richiederebbe: non vuole diventare adulto a tutti gli effetti.

Se dovessimo scegliere il brano più rock della raccolta, non avremmo troppi dubbi a indicare questo. L’assolo di chitarra di Francesco Rango poi è probabilmente l’apice dell’album.

Slavic Ballad

Se siete arrivati a leggere e ad ascoltare fin qua, complimenti. Non ve ne pentirete perché il prossimo brano, Slavic Ballad, è proprio una perla. Ci troviamo di fronte a musica etnica strumentale, ben lontana rispetto al resto della produzione. In particolare la melodia ricorda molto alcuni pezzi dell’est degli anni della guerra.

Nella seconda parte poi si trasforma e diventa una sorta di sontuosa marcia trionfale. Il finale del basso di Giorgio Paradjina arricchisce il tutto con una vena nostalgica.

 

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