Eurovision 2015, la presunzione delle big svogliate e l’Italia esempio da seguire

E i francesi che s’incazzano e le palle ancora gli girano“, cantava Paolo Conte. Ecco, aspettatevi domani mattina lunghissime paginate sui giornali transalpini sul perchè la Francia partecipi ancora all’Eurovision Song Contest, un concorso “che non ci rappresenta più“. Perchè i francesi son fatti così, se la prendono col meccanismo del concorso, daranno la colpa al voto di prossimità e ai paesi dell’est, quando invece potrebbero prenderlo più seriamente. Sei punti in due anni e sette edizioni senza lo straccio di un piazzamento nei primi 10 dovrebbero servire di lezione. E invece no. “N’oubliez pas” è e resta un pezzo meraviglioso (parere personale, ovviamente), come era bellissimo per altri aspetti quello dei Twin Twin l’anno passato, ma probabilmente sono entrambi fuori contesto. Puniti entrambi oltremodo, certamente, ma da un paese che certo non ha difficoltà a produrre musica di spessore anche sul fronte del pop (Yelle, Christine and The Queen solo per fare due nomi, ma anche gente come Christophe Willem, Shy’M, Indila o  Alizée, solo per esempio) ci si aspetterebbe quantomeno che provasse ad osare. E che quando lo faccia, lo faccia per bene, non come  con Anggun che portò un pezzo lontano anche da lei stessa. Non si può sperimentare, all’Eurovision. Almeno, non possono permetterselo i big.

Electro Velvet

E che dire dell’unico paese che se volesse, potrebbe vincere solo schioccando le dita, vale a dire il Regno Unito? Gli Electro Velvet erano sembrati da subito una scelta azzardata ma i cinque punti sono quanto di peggio ci si potesse aspettare, è il peggior risultato dopo lo zero del 2003. Non c’è nemmeno bisogno di elencare nomi validi per l’Eurovision, tanto è vasta e varia la produzione britannica attuale. Quello che manca probabilmente, è la voglia di mettersi davvero in gioco, di prendere seriamente la competizione, di rischiare qualche nome importante in barba al fatto che il Paese può esportare quello che vuole,  come ha fatto la Germania.

Già, la Germania. Lo zero è un risultato che è quasi un dramma in un paese dove l’Eurovision fa ascolti mostruosi: l’ultima volta era successo 50 anni fa, esattamente nel 1965 con Ulla Wiesner (e anche l’anno prima con Nora Nova) ma in questo caso c’è da dire che non era facile scendere in campo con la lucky loser, la cantante sconfitta alle selezioni nazionali da uno (Andreas Kummert) che aveva preso il 75% dei voti totali. Punizione eccessiva, senz’altro, per un brano che non correva per la vetta ma non meritava nemmeno il fondo classifica, come non lo meritava “I’m yours” dei padroni di casa The Makemakes, forse anch’essa un pò fuori contesto ma non così tanto da meritarsi la maglia nera che più nera non si può. Ma in Germania l’Eurovision è una religione e se agli inizi degli anni 2000 seppero tirarsi fuori dalla melma persino con produzioni che definire trash è un complimento come quelle di Guildo Horn e Stefan Raab, c’è da credere che faranno tesoro di questa sconfitta.

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Alla Spagna manca sempre il salto di qualità e il rischio flop è sempre dietro l’angolo, come dimostra il risultato di Edurne, che probabilmente è già al capolinea sul fronte della carriera discografica, a soli 30 anni. La Spagna, come l’Italia, è uno dei paesi musicalmente più amati all’estero: nomi in grado di ben figurare portando un sound più caratteristico del Paese non mancherebbero.

Un sottile filo rosso accompagna queste quattro big: il senso di una partecipazione quasi controvoglia, al minimo sindacale, che però rischia a lungo andare di incidere anche sugli ascolti. Una malcelata idea di credere di poter vivere di rendita, soltanto perchè si è un Paese che conta (e paga più degli altri). Forse chissà, se dovessero giocarsi la qualificazione avrebbero più stimoli. Ma la EBU non può rischiare di avere un Eurovision senza questi grandi paesi (in termini di ascolti e di soldi) ed allora forse dovrebbe intervenire suggerendo di cambiare i criteri di scelta dell’artista da portare in gara.

E l’Italia? L’Italia dimostra ancora una volta che – in barba ai detrattori – la scelta di puntare su un nome importante, di grande richiamo all’estero e su un genere molto discusso da noi ma anche questo amato oltreconfine, era quella giusta. Il Volo – è notizia di ieri notte – ha stravinto il televoto dando quasi 90 punti alla Russia. L’Italia c’è e sta prendendo sul serio la partecipazione all’Eurovision. Da quando siamo tornati, non abbiamo mai portato un nome di secondo piano. E’ capitato di aver sbagliato canzone, come l’anno scorso, ma come dimostra il fiasco della Germania, fa parte del gioco.

Per il resto, i dati pubblicati da Eurofestival News parlano chiaro: boom di ascolti a livello televisivo e sul fronte della gara, un trionfo, col record di punti per un artista italiano alla rassegna. Manca solo la vittoria, ma per quella bisogna dare una prova di ancora maggiore efficienza. Ecco, forse è qui che siamo ancora lontani. Basta andarsi a rivedere tutto lo spettacolo.

Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa, liberale. Già speaker radiofonico. Ha scritto e scrive di cronaca, sport, economia e sociale per giornali nazionali e locali per vivere; scrive di musica su siti e blog per sopravvivere.

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