L’assurda battaglia su Israele all’Eurovision 2026: come politica e fan tossici stanno uccidendo il concorso

L’ultima volta che l’Eurovision Song Contest si era infilato un buco nero di questa portata era il 1970.  L’anno prima a Madrid era andata in scena un’edizione surreale, nel pieno del regime franchista, con la censura che si era abbattuta sui testi delle canzoni, sui capelli degli artisti e sulla gonna della presentatrice e la propaganda che aveva fatto capolino dell’interval act con un documentario intitolato come lo slogan del regime, “La España diferente”. Vinsero in quattro e non era previsto alcun barrage, per questo gran parte dei Paesi disertò per protesta l’edizione successiva che dunque allineò al via appena 12 canzoni, il numero più basso di sempre.

Nell’anno in cui 70 indica il numero delle edizioni, l’Eurovision si trova di nuovo davanti ad un bivio e parafrasando Chiambretti, ma al contrario, “comunque vada sarà un disastro”.  Il voto di metà Novembre sulla partecipazione della tv di Israele vede le tv aderenti spaccate quasi a metà e la EBU senza una vera exit strategy. Ammesso che ce ne possa davvero essere una.

Questione di soldi e di sponsor, prima di tutto. Ma anche colpa dell’uso strumentale che del concorso fa la politica.  Chi scrive ha fatto due libri su questo tema (se volete leggere l’ultimo è qui). Ma attenzione a considerarla una cosa di adesso: la politica e l’Eurovision sono legati a filo doppio sin dalla prima edizione del 1956, perché è proprio per ricompattare l’Europa spaccata dalla guerra che la rassegna nacque e subito divenne strumento di confronto col blocco dell’Est. Ciò che sta facendo implodere il meccanismo dunque non è la presenza della politica, bensì l’uso che se ne sta facendo.

Il punto di svolta è stato il 1993. Fino ad allora infatti, la politica era soprattutto un veicolo per raccontare il vissuto dei popoli e delle persone in un determinato contesto sociale: dalla Germania post nazista che cercava invano di costruirsi un futuro senza cancellare prima le colpe del passato (Walter Andreas Schwarz, 1956); alle mai confermate (ma nemmeno smentite) trattative di Franco per “comprare” dalle altre tv i voti per vincere l’Eurovision 1968; al gran rifiuto- in quello stesso anno- di Serrat nel cantare in castigliano; alle minacce dell’Ira contro la nordirlandese Clodagh Rodgers in gara per il Regno Unito (1971); sino agli scioperi britannici che rischiarono di far saltare l’Eurovision 1977 e che Mike Moran e Lynsey De Paul misero nella canzone; per arrivare agli anni 80 con le schermaglie per il tango spagnolo nell’Eurovision 1982 in terra inglese nel pieno della guerra per le Falkland e l’anno dopo all’inno di liberazione di Ofra Haza in quella stessa Monaco di Baviera dove dieci anni prima Settembre Nero sterminò la squadra olimpica israeliana.

Con l’ingresso dei Paesi dell’Est, quelli di oltrecortina, e quelli nati dalle dissolte Jugoslavia e Urss, la politica ha iniziato ad usare l’Eurovision come strumento. Per costruire una scala di Europeismo, certamente, ma anche come grimaldello per aprire le porte delle istituzioni (citofonare Estonia, Lettonia, Ucraina e Turchia). Con la guerra in Ucraina, ma ancora di più con quella in corso a Gaza, la politica ha definitvamente preso in ostaggio il concorso e ora liberarsi da questo abbraccio letale non sarà facile.

Una lose-lose situation dalle conseguenze imprevedibili

Tornando al voto di Novembre su Israele, per EBU e quindi per Eurovision, sarà comunque una sarà una lose-lose situation.

Il perché è presto detto. A meno che il processo di pace in corso non cambi le carte in tavola – questo è possibile ed EBU lo sperase  il voto penderà per la conferma di Israele, cinque tv a rigore di logica dovrebbero confermare la non partecipazione: Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda e Slovenia. Le prime due sono fra i maggiori contribuenti in termini economici alla rassegna (quinta e sesta, rispettivamente). Voto politico, in tutti e cinque i casi: Spagna e Slovenia sono supportati dai rispettivi governi,  Islanda  e Paesi Bassi hanno detto che voteranno contro a prescindere dal processo di pace, confermando dunque che la loro posizione non è contro la tv di Israele (ricordiamo che ad Eurovision gareggiano le tv e non gli Stati o i Governi) ma contro l’intero Paese. La tv irlandese è la capofila del movimento anti-israeliano sin dallo scoppio della guerra.

Il risultato di questa protesta sarà l’affondamento della reputazione del concorso, perché uno scenario simile farebbe il giro del Mondo spinto da titoloni sui giornali. Senza contare che si creerebbe un pericoloso precedente: la minaccia di ritiro diventerebbe un’arma da brandire per chiunque. Una narrativa tossica, della quale abbiamo già parlato e che spingerebbe il concorso verso quel baratro evitato per un pelo agli inizi del millennio solo grazie all’idea dell’italiana Nicoletta Iacobacci, ex Head of Strategy di EBU, che aprì le porte ai fan media.

Se invece Israele fosse escluso potrebbe andarsene la Germania, che è quella che mette più soldi. Anche in questo caso, il Governo appoggerebbe la scelta. Altri potrebbero seguirla: l’Italia chissà, gli sponsor sicuramente.

In Austria, dove si terrà Eurovision 2026, il Governo si è già espresso in favore della partecipazione di Israele e la politica ha chiesto a Vienna di rinunciare ad ospitare la rassegna se KAN (la tv israeliana) non ci sarà. Naturalmente Vienna non ci pensa nemmeno, perché la penale per spostare altrove il concorso fuori tempo massimo è di 40 milioni ma i gruppi di sostegno ad Israele, molto forti in Austria, stanno facendo pressioni su tutti gli sponsor – in gran parte gli stessi dell’edizione 2015,  ospitata sempre a Vienna – a ritirarsi in caso di boicottaggio verso la tv di Tel Aviv.

A questo scenario potrebbero aggiungersi – anche in questo caso comunque vada – una valanga di ricorsi: la votazione sarà infatti a maggioranza semplice e non qualificata, in deroga al regolamento. EBU ha spiegato che si tratta solo di un voto su Eurovision 2026 e non sull’espulsione dal consorzio. KAN ha già pronte in mano le carte, visto che la percentuale difficilmente supererà il 65 percento.

I fan tossici e l’inclusione ad intermittenza

Ora, prima di spiegare qui come EBU potrebbe – se lo volesse – accompagnare alla porta la politica, è bene ricordare che dietro la protesta anti-israeliana c’è anche gran parte della fanbase. Quella stessa fan base che su siti e forum chiede la depoliticizzazione del concorso, ma che invece ora vorrebbe un atto politico da EBU. Non fu chiesto per la pulizia etnica degli azeri nel Nagorno Karabakh armeno e nemmeno quando venne scoperto che il Governo azero, per costruire l’arena che ospitò l’Eurovision 2012, espropriò le case con tutta la gente dentro e i militari fuori dai portoni per costringere le famiglie ad uscire. Non è stato chiesto per la Georgia dove i giornalisti vengono incarcerati e le tv di opposizione chiuse. E anzi a Dicembre Tbilisi ospiterà lo Junior Eurovision, il concorso per bambini. Mentre il Governo pesta la gente che manifesta nelle strade. Non saranno ammessi giornalisti, non ci sarà copertura nemmeno online. Nessuno ha detto niente.

E che dire della fan base che vuole fuori un paese democratico ma fa il tifo per il possibile debutto del Kazakistan (prima o poi avverrà, state sereni)? Si, il Kazakistan: quel paese dove c’è un solo partito perchè gli altri sono stati messi al bando e per 30 anni ha governato la stessa persona, alla quale avevano persino intitolato la capitale.

La tv azera, come quella georgiana, quella kazaka e quella russa, sono tutte strettamente controllate dai rispettivi Governi. Quella israeliana invece no: KAN lotta per l’indipendenza e lo fa dando spazio alle proteste anti-Netanyahu. Il premier non è invitato in tv dallo scoppio della guerra. Per questo il Governo ha provato senza successo prima a chiuderla, poi a privatizzarla.

Cancellare il televoto per depotenziare la politica

EBU potrebbe teoricamente uscire da questo cul-de-sac escludendo la bandiera di Israele e facendo gareggiare la tv sotto la propria insegna. Se ne sta parlando, forti appunto del fatto che la protesta è contro il Governo di Israele e non contro la tv.

Resterebbe però il problema del voting, lo strumento col quale è stato costruito il secondo posto di Yuval Raphael a Basilea.  Perché se le iniziative promozionali per il televoto, anche sponsorizzate da agenzie governative, sono assolutamente lecite (in passato ne hanno usufruito Ucraina, Azerbaigian e Malta, le prime due peraltro vincendo: anche in questo caso tutti muti, nessuno protestò nemmeno di fronte ad evidenze ben più gravi di quelle riscontrate per Israele), le analisi internazionali hanno mostrato gravi falle anche nei sistemi di votazione che avrebbero dovuto essere più sicuri, quelli tramite carta di credito.  Il motivo è semplice: qualunque sistema che preveda l’espressione di un voto “secco” è facilmente manipolabile.

Cosa fare allora? EBU il sistema ce l’ha già pronto. Allo Junior Eurovision, la rassegna dei bambini, il televoto è stato da tempo abolito. Si vota solo con un’app e bisogna indicare per ogni voto tre Paesi diversi, che magari all’Eurovision possono diventare anche cinque, visto il maggior numero di canzoni in gara. Questo sistema diluisce ovviamente anche un eventuale voto massiccio per lo stesso Paese. La soluzione, quindi, ci sarebbe. Basta volerlo.

Una cosa è certa. Questa battaglia su Israele, partita con una protesta, ha scatenato un effetto domino che sta uccidendo il concorso.  Comunque finirà, Eurovision 2026 sarà il  punto di non ritorno. Per EBU potrebbe essere l’occasione- almeno si spera – per un reset al regolamento. Servirà un gesto di coraggio, come fu fatto 15 anni fa. Liberare l’Eurovision dalla morsa della politica è un gesto necessario. Fare piazza pulita dei fan tossici che la stanno usando, anche.

Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa, liberale. Già speaker radiofonico. Ha scritto e scrive di cronaca, sport, economia e sociale per giornali nazionali e locali per vivere; scrive di musica su siti e blog per sopravvivere.

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