Conchita Wurst, Suor Cristina, le vittorie e gli sconfitti

Suor Cristina e Conchita Wurst? Sono la stessa cosa. Non si scandalizzi il lettore, perché non c’è nulla per cui valga la pena di farlo. Al di là di ogni discorso musicale, è di tutta evidenza che a spingere entrambe è stata l’immagine. Due provocazioni diverse, se vogliamo, legate a filo doppio dalla volontà di sfruttare l’impatto mediatico per lanciare il proprio messaggio. Se la televisione cavalca l’onda di personaggi capaci di far parlare di un evento, oltrechè catalizzare spettatori, i personaggi hanno la possibilità di sfruttare a loro volta questa visibilità a proprio vantaggio. Una partita ad armi pari, in fondo. Se non volete dar retta ad un modesto blog di periferia, troverete più utile leggere lo stesso concetto ottimamente  esplicitato dal collega Tommaso Labranca su “Io Donna”.

Se Conchita Wurst non avesse avuto la barba avrebbe vinto e se ne sarebbe parlato così tanto? Probabilmente  no. Allo stesso modo, è indubbio che suor Cristina, senza l’abito religioso, sarebbe stata una cantante qualunque. Forse i coach si sarebbero girati lo stesso (o forse no, ma lasciateci il beneficio del dubbio), sicuramente il suo percorso sarebbe stato diverso. E non sarebbe mai stata retwittata da Alicia Keys.

Conchita Wurst rispetto a Suor Cristina ha forse il vantaggio di saper usare meglio una voce altrettanto normale, di essere più abituata al palco e di aver avuto dalla sua anche una canzone che ben si prestava ad un’interpretazione teatrale che catalizzasse l’attenzione (si fosse presentata con quella “That’s what I am” delle selezioni 2012, non avrebbe avuto lo stesso impatto). Suor Cristina è più “grezza” vocalmente, ma più vicina alla gente. Entrambe avevano le carte giuste per conquistare il cuore della gente. E non vale nemmeno dire che “Siamo in Italia, quindi è logico che abbia vinto suor Cristina”, perché Conchita Wurst ha avuto lo stesso impatto anche da noi e di entrambe si è parlato e se ne parlerà a lungo.

In queste settimane che hanno unito insieme l’Eurovision Song Contest e The Voice, lungo lo stesso filone mediatico, ne ho lette e sentite tante. E se devo constatare (con malcelato orgoglio) l’incredibile maturità dei media italiani, capaci di comprendere la forza e l’innovazione del messaggio lanciato da Conchita Wurst con la sua vittoria tanto quanto la grandezza di quello portato da suor Cristina, è triste vedere come proprio chi chiede rispetto e tolleranza invece non ne conceda affatto.

L’unica discriminante che dovrebbe portare a preferire l’una o l’altra (o entrambe) è il criterio soggettivo del gusto musicale o vocale personale e invece, alla faccia dell’antico detto secondo cui “L’abito non fa il monaco”, troppo spesso ho letto e sentito di gente a cui suor Cristina non piaccia proprio per l’abito che  porta. Non facendone una questione di opportunità, che sarebbe anche questo un criterio soggettivo, ma proprio esplicitando una sensazione di “fastidio”.

Chiedere tolleranza e non averne è uno stridente controsenso, ma c’è da dire che noi italiani non abbiamo mai brillato come coerenza in nessun settore. E allora più dello stupore, affiora un senso di amarezza nel vedere come i promotori del passo avanti siano i primi invece a farne due indietro. Perchè una cosa in tutto questo sembra evidente. L’Italia è più matura di certi italiani. Ha saputo accettare allo stesso modo una drag queen con la barba che a fine show, dopo aver vinto, lancia il suo messaggio sulla tolleranza, contro la discriminazione e una suora che partecipa ad un talent show, lancia messaggi sull’amore di Cristo per tutti e dopo averlo vinto chiede (non impone) una preghiera.

Altri invece no. Come  a maggio non seppero godersi una vittoria storica preferendo concentrarsi sul tiro al bersaglio, ieri sera  su twitter e non solo era un fiorire di messaggi relativi all’oscenità di una suora che vince un talent show e poi fa anche pregare la gente:  con il Padre Nostro ci ha mostrato oggi quanto anche la fede possa essere oscena in diretta tv”; “Il padre nostro dopo la vittoria?! Ma vedi ‘sta demagogica! Da strapparle il velo in diretta”. E via discorrendo. Quella sensazione di fastidio, appunto. Messa in piazza da chi fa della tolleranza una bandiera. E magari ha anche toccato ferro.

Conchita

Piaccia o meno, Conchita Wurst e Suor Cristina hanno vinto. E non solo perché sono arrivate prime. Di loro e dei loro messaggi si è parlato sino negli Stati Uniti. Conchita Wurst ed Eurovision erano ai vertici su twitter e nelle ricerche subito dopo la rassegna e nei giorni a seguire  tanto quanto lo sono stati, pur in un microcosmo più ridotto, suor Cristina, The Voice of Italy e Padre Nostro ieri sera (e ancora oggi).

E statene certi, i loro messaggi sono arrivati a tutti. Anche a chi fa più fatica a condividerli. Con buona pace di quelli con la bava alla bocca. Loro invece hanno perso e forse è per questo, in fondo, che sono indignati. Poi magari in entrambi i casi ci sarebbe da interrogarsi sulla deriva che sta prendendo la  musica, ma questo è un altro discorso. Come anche si potrebbero scrivere infinite pagine su quanto in Italia ci si scandalizzi di frati e suore che cantano e ci sia invece per paradosso carenza di musicisti “pop” di ispirazione cristiana, al contrario invece di quanto succede in paesi con un tasso di cattolicesimo molto minore. Per questo vi rimando all’arguta riflessione del collega Gigio Rancilio.

Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cattolico, cittadino d'Europa, sinceramente Liberaldemocratico. Già speaker radiofonico. Ha scritto e scrive di cronaca, sport, economia e sociale per giornali nazionali e locali per vivere; scrive di musica su siti e blog per sopravvivere.

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