Sofie Royer, l’austro-iraniana che ha conquistato Lana Del Rey

Intercettiamo un’altra artista europea ancora quasi sconosciuta al grande pubblico italiano. Si chiama Sofie Royer, è nata negli Stati Uniti da madre austriaca e padre iraniano, ma è cresciuta anche a Vienna. Il 4 settembre è uscito “before/after”, il suo quarto album, e probabilmente il lavoro che meglio racconta le diverse anime della musicista austro-iraniana.

Il titolo dice già molto: un disco costruito sul confronto tra chi si è stati e chi si spera di diventare, fra comportamenti che vorremmo lasciarci alle spalle e schemi nei quali continuiamo invece a ricadere. Royer lo sintetizza ancora più semplicemente: è una battaglia fra noi e noi stessi. Non a caso, sulla copertina il suo volto viene schiacciato da uno stivale; sul retro si scopre che è lei stessa a indossarlo.

Di lei parliamo non soltanto perché è un’artista arrivata relativamente tardi alla notorietà e che oggi sta trovando nuovo pubblico anche grazie ai social. La sua musica ha un suono internazionale, molto europeo e allo stesso tempo molto americano: sonorità indie che non rinunciano a una notevole immediatezza e che, in diversi brani, hanno anche ottime potenzialità radiofoniche.

Il fatto che la rete la stia facendo conoscere a un pubblico più giovane è particolarmente interessante per un’artista che ha già quattro album alle spalle ed è nel pieno della propria maturità artistica. Ancora una volta i social possono servire non soltanto a creare fenomeni dal nulla, ma anche a scoprire — o riscoprire — cantanti e canzoni che esistevano già prima che un algoritmo decidesse di mostrarceli.

I singoli che hanno anticipato il disco

Il lancio dell’album è stato scandito da tre brani che ne mostrano bene l’ampiezza stilistica. Il primo, Cowboy Mouth, trasforma in musica l’omonimo dramma teatrale di Sam Shepard. È seguito “Sesquicentennial”, brano dal ritornello funk-pop costruito attorno a una parola che in inglese indica il centocinquantesimo anniversario

L’idea è arrivata dopo un concerto al SXSW, quando Royer, sotto il sole del Texas, ha letto quella parola su un adesivo e ha cominciato a riflettere sui cicli che tendono a ripetersi nelle nostre vite. Il videoclip, girato dalla stessa artista durante un viaggio in Cina, alterna immagini quasi da diario di viaggio a momenti di quotidianità, con un richiamo dichiarato a Lost in Translation di Sofia Coppola

Il terzo singolo, “Actress”, fresco di uscita, è forse l’omaggio più esplicito al suo amore per il cinema. Il testo accumula riferimenti a rotoscoping, fogli di convocazione, sceneggiature e cinéma vérité, mentre una base disco accompagna il tentativo, ironico e surreale, di conquistare un corteggiatore attraverso una raffica di metafore cinematografiche.

Una discografia costruita per stratificazioni

Prima di “before/after”, il percorso di Sofie Royer si era già distinto per la capacità di cambiare pelle da un disco all’altro.

L’esordio “Cult Survivor”, pubblicato nel 2020, nasceva da un periodo particolarmente personale della sua vita. Con “Harlequin” (2022) l’artista si è invece trasformata in una sorta di Pierrot, una maschera utilizzata anche per superare il disagio di esporsi sul palco come cantante. Due anni dopo è arrivato “Young-Girl Forever”, ispirato a un trattato filosofico francese sull’ossessione della società per la giovinezza femminile.

Nel nuovo album trova spazio anche “C’est la D”, nel quale Royer racconta di essersi finalmente liberata dalla terapia dopo anni trascorsi sul lettino. Nel testo parla di cinque anni, ma in realtà sono stati sette: ha ammesso senza troppi problemi di avere modificato il numero semplicemente perché cinque funzionava meglio nella canzone.

Un’identità a cavallo tra vari  mondi

Oggi 35enne, Sofie Royer è nata negli Stati Uniti da una madre austriaca e un padre iraniano, entrambi informatici. Ha trascorso gli anni del liceo a Vienna e ha studiato violino al conservatorio, ricevendo una formazione classica che ancora oggi influenza il suo modo di concepire la musica

A 19 anni è tornata negli Stati Uniti per lavorare a Los Angeles proprio alla Stones Throw, l’etichetta con la quale pubblica oggi i suoi dischi. Poi un altro trasferimento, questa volta a Londra, dove è stata fra i primi dipendenti di Boiler Room, molto prima che la piattaforma assumesse le dimensioni attuali.

La malattia della madre l’ha infine riportata a Vienna. È in quel periodo che, accanto agli studi e alla terapia, la scrittura delle canzoni è diventata uno strumento per elaborare quello che stava vivendo. Quasi per caso, fra karaoke e musica suonata durante gli anni universitari, ha cominciato a costruire il percorso che l’avrebbe portata a pubblicare il primo album

na biografia divisa fra Stati Uniti, Austria e Regno Unito che rende ancora più difficile collocarla dentro un’unica scena nazionale. E forse è proprio questo uno degli elementi più interessanti della sua musica.

Troppo pop per l’underground, troppo indie per il mainstream

Anche musicalmente Sofie Royer vive in una terra di mezzo. Nelle sue canzoni convivono italo disco, new wave, garage rock e pop, mentre testi e immaginario pescano continuamente dal cinema, dalla letteratura, dall’arte e dalla filosofia: da Andrei Tarkovsky a Kenneth Anger.

Il mondo musicale, intanto, si è già accorto di lei. Lana Del Rey, Air e LCD Soundsystem l’hanno scelta come artista di supporto nei rispettivi tour, anche se questo riconoscimento non si è ancora trasformato in un successo altrettanto grande presso il pubblico generalista. Una contraddizione sulla quale Royer scherza anche nel nuovo album, descrivendo sostanzialmente la propria condizione come quella di un’artista troppo pop per il mondo dell’arte e troppo indie per il mainstream.

E non c’è soltanto la musica. Dopo un cameo nel remake di “Emmanuelle” del 2024, Royer sta lavorando anche come attrice e ha girato due film con la regista austriaca Jasmin Baumgartner.

Forse il punto è proprio questo. Sofie Royer sembra vivere artisticamente nello stesso “prima e dopo” che dà il titolo al disco: troppo pop per essere soltanto un’artista di culto, troppo obliqua per entrare comodamente nel mainstream.

Lana Del Rey, Air e LCD Soundsystem l’hanno già voluta sui loro palchi. Adesso resta da capire se “before/after” sarà davvero il disco capace di portarla dall’altra parte.

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