Musicultura ha trovato l’elisir di lunga vita: proposte innovative ed apertura al Mondo

Vince il sound contemporaneo degli Yosh Whale e Musicultura fa un salto in lungo. Intendiamoci, la rassegna offre da anni il meglio che la produzione indipendente italiana metta sul piatto, ma il punto è che  di solito, in questa rassegna, dove l’unico giudice è il pubblico in sala, che vota con i cartoncini, spesso le proposte più aderenti allo zeitgeist quando va bene,  agganciano la finale.

Lo scorso anno, la mancata vittoria di Mille ed il mancato ingresso in finale di Elasi, due che poi hanno fatto molta strada, avevano lasciato interdetti e ancora di più la vittoria dei The Jab, poi divenuti Santi Francesi. Quest’anno, con l’eliminazione di Isotta (vincitrice del premio della Critica) e del difficile- ma intenso e ricercato – pezzo di Valeria Sturba, la strada sembrava segnata ed invece è arrivata la vittoria della sperimentazione musicale del gruppo campano a rimettere le cose a posto.

Segno evidente che questa manifestazione, girata la boa dei 33 anni, ha ancora spazio per crescere e guardare con attenzione alla musica che cambia. Un fattore importante, testimoniato quest’anno anche da presenze importanti in sala stampa, più degli altri anni.

Eppure, nonostante tutto, la qualità che emerge da queste produzioni, sia dai giovanissimi come Emit che da quelli più navigati come Cassandra Raffaele o TheMorbelli, non riesce a trovare spazi adeguati in una discografia ingolfata da produzioni talvolta discutibili, altre volte completamente indistinte dalla massa, spinte soltanto dalla popolarità televisiva.

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Ma del resto la discografia italiana è notoriamente pigra e preferisce concentrarsi su quel poco che fa cassetta, invece che provare ad investire sui giovani di talento. Lo diciamo da anni parlando di Eurovision, ma traslando il discorso sulle produzioni italiane, vale perfettamente anche per Musicultura. L’Afi fa un grande lavoro con questi giovani artisti, ma non basta.

Radio 1 fa a sua volta un lavoro egregio, ma a questi ragazzi servirebbe un passaggio massivo, al di fuori del periodo del concorso. L’emittenza privata però è governata dalle stesse logiche della discografia ed il risultato è un sistema che non premia il talento, pienamente incarnato dalla giuria demoscopica di Sanremo. Quella che premia solo ciò che passa in tv, a prescindere dalla qualità della proposta.

Adesso un altro passo: la piena copertura tv

A proposito di televisione. Quest’anno la regia di Duccio Forzano, siamo certi, regalerà uno show eccellente (8 Luglio su Rai 2). La scelta della Rai di affidare il programma al miglior regista televisivo in circolazione è anche questa una svolta importante, rispetto al discutibile prodotto realizzato negli ultimi anni.

Ma allora, perchè non concedere a Musicultura la trasmissione per intero delle due serate, invece di proporre un adattamento (per giunta in seconda serata) che prende parti della serata finale con alcuni inserti della semifinale e costringere i tecnici e la regia ad un lavoro di montaggio che per quanto fatto bene, non rende pienamente giustizia all’evento?.

Siamo fuori dal periodo di garanzia, dunque trasmettendo un evento come questo in prima serata non si rischia niente. E in più si garantirebbe un passaggio tv anche agli artisti eliminati nella prima sera. Non sono meglio due sere di musica italiana ed internazionale invece che continue repliche della stessa fiction?

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La scommessa vinta: le proposte internazionali

Ma la vera scommessa vinta di Musicultura è stata l’apertura alle grandi proposte musicali internazionali. Si dirà che è già qualche anno che questo avviene ed è vero: la presenza di Salvador Sobral nel 2020 o quella di Angelique Kidjo l’anno precedente  sono state perle di grande bellezza, ma mai come quest’anno c’era un parterre ricchissimo su questo fronte.

Le suggestioni degli ucraini Dakhabrakha e dei Violons Barbares nella sera di venerdì hanno accompagnato lo spettatore in una contaminazione musicale intensa e coinvolgente; Emiliana Torrini & The Colorist Orchestra hanno proposto produzioni più mainstream (l’artista italo-islandese in Italia è nota solo per la hit “Jungle drum” ma ha una vastissima produzione piuttosto popolare nel Nord Europa), tinteggiate con le sonorità e gli strumenti insoliti della ensemble belga. Ed è un peccato non aver potuto sentire il duetto fra Pilar e Silvana Estrada, per la positività che ha fermato l’artista messicana.

Del resto la musica ha tutti i colori del mondo (nessuno può dirlo meglio di questo sito, che proprio a questo motto si ispira) ed allora è bello che a fianco dei grandi nomi della nostra musica (Litfiba superlativi, Grignani meno, a testimonianza del momento complesso dell’artista milanese), vengano affiancate queste proposte internazionali che aprono gli orizzonti ad un pubblico italiano spesso e volentieri troppo italocentrico.

La maleducazione della “tavolata”

Tutto bene, tutto a posto, quindi? Lato artistico e di spettacolo, sicuramente. Musicultura ha trovato l’elisir di lunga vita.  Dove invece c’è qualcosa da registrare è sul fronte della stampa accreditata. Alcuni cronisti, sabato sera per esempio hanno trovato occupati i palchetti ad essa destinati. Poco male, si dirà, visto che in fondo la sala stampa c’è proprio per garantire a chi l’evento lo racconta, di poter lavorare meglio, rispetto ai palchi.

Avrebbe dovuto essere così in effetti. Ma la scena a cui abbiamo invece assistito è stata quella di una tavolata di 15 persone intente per due giorni a banchettare, chiacchierare e telefonare, circondata da ventilatori sparati a manetta. Un atteggiamento da padroni della sala stampa, che oltretutto avrebbero voluto persino tenere l’audio del maxischermo in sottofondo. E quando è stato fatto loro notare che no, il volume dovevano alzarlo perchè c’era chi stava lavorando e aveva bisogno di sentire, sono persino rimasti stupiti che lì dentro qualcuno lavorasse.

Per carità, è una questione che interessa solo noi addetti ai lavori e che – sia chiaro – non inficia minimamente l’ottima organizzazione dell’evento e l’ottima gestione dei rapporti con la stampa. Ma la maleducazione e la supponenza vanno sempre rimarcate. A futura memoria.

Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa, liberale. Già speaker radiofonico. Ha scritto e scrive di cronaca, sport, economia e sociale per giornali nazionali e locali per vivere; scrive di musica su siti e blog per sopravvivere.

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