Eurovision Song Contest 2018, la seconda semifinale, la caduta degli dei e le lezioni da imparare
In attesa di capire dove finirà l’Eurovision l’anno prossimo – sull’isola di Venere, anche nota come Cipro, stanno già sondando le locations – alcune cose da questa edizione è già emersa. La prima: la rassegna è una cosa seria e chi dice che è solo questione di voto geografico, sbaglia. Le eliminazioni fragorose di Azerbaigian, Russia e Romania dicono che no, avere tanti amici e connazionali in giro per il mondo non basta più, se non hai una bella canzone. Dell’Azerbaigian s’era già detto giorni fa e c’è da sperare che dalle parti di Baku serva di lezione per cominciare a proporre qualcosa di proprio o per lo meno a cambiare supermarket.
La Romania esce di scena nell’anno in cui organizza una selezione mastodontica e forse il problema è proprio questo: il Melodifestivalen funziona se sei la Svezia, altrimenti diventa solo una passerella. L’intenzione – sia chiaro – era buona, ovvero provare a cercare un brano che non fosse il solito clichè eurovisivo nazionale. Quello che mancava era la vera produzione nazionale ed è un peccato, perchè – chi segue questo blog lo sa bene – da quelle parti si fa della ottima musica. Spiace soprattutto per The Humans, perchè hanno fatto la loro parte con grande dignità e professionalità e perchè Cristina Caramarcu si è distinta per cortesia e gentilezza in questi giorni portoghesi, ma la debolezza della loro entry era emersa quasi subito. In una semifinale dove votavano Italia e Francia – paesi con grandi comunità rumene – e dove c’era anche la Moldavia il tonfo è pesante.
Sulla Russia è oggettivamente difficile anche parlare. Tralasciando la condizione fisica dell’artista – nel corso dell’esibizione era evidente lo sforzo – viene da chiedersi perchè un Paese che ha sempre giocato per i piani alti abbia proposto una produzione così debole ed una cantante con limiti vocali così evidenti. La coincidenza con l’organizzazione dei Mondiali non giustifica il rischio- poi concretizzatosi – di uscire in semifinale: se si vuole giocare di retroguardia basta scegliere un pezzo senza picchi.
La speranza è che l’eliminazione porti ad un bagno di umiltà ed a far capire che all’Eurovision funzionano meglio i progetti genuini, magari anche sopra le righe o non del tutto aderenti al mercato discografico, piuttosto che produzioni costruite a tavolino. A questo proposito, sarà interessante capire dove atterrerà quello della Bulgaria, mentre il turbofolk teatrale della Moldavia firmato dal russo Kirkorov ha già esaurito il suo compito, quello di portare il Paese di nuovo in finale e domani sera saranno tre minuti di divertimento senza assilli.
Caduta per la seconda volta in tre anni anche la Grecia, restano soltanto Ucraina ed Australia a detenere il record di essersi sempre qualificati per la finale. Ma è evidente che l’aria è cambiata ed è bene che i paesi in concorso se ne rendano conto.
Tutta colpa del ‘gallo‘. L’altra lezione della seconda semifinale è che all’Eurovision conta il brano, ma anche e soprattutto come lo canti. Ne sa qualcosa la Polonia, il ‘gallo’ – per dirla alla spagnola – preso da Lukas Meijer nel corso dell’esibizione ha cancellato le residue possibilità di passaggio di ‘Light me up‘ e definitivamente affossato la russa Yulia Samoylova. Il brano, uno dei migliori in concorso in questa edizione, ha invece salvato – come già due anni fa accadde all’azera Samra – Jessica Mauboy, ma l’australiana è destinata, se ripeterà la performance di ieri sera, a finire nella parte bassa della classifica.
Non è andata bene, su questo fronte, nemmeno a Jessika Muscat e Jenifer Brening, forse penalizzate dall’emozione. Al di là della delusione per una qualificazione mancata, la strada del concorso di selezione sembra comunque valida, si tratta solo di aggiustare un pò il tiro nella scelta dei brani, visto che quello vincente aveva avuto anche una gestazione difficile.
Il coraggio di scommettere. Ancora, dalle due semifinali è emerso che chi ha avuto coraggio è stato premiato. Eccezion fatta per la Georgia, la cui delicata canzone ethno-jazz paga forse un mood eccessivamente intimo, le proposte ‘altre’ dal sound medio del concorso ce l’hanno fatta: il metal in lingua magiara degli ungheresi AWS è destinato a fare una lunga strada anche nella serata finale, la scelta moderna e alternativa della slovena Lea Sirk avrà vita più difficile ma intanto ha riportato il Paese in finale, con la speranza che possa spingere anche altri big della musica nazionale a presentarsi in gara e portare proposte nuove; la scelta etnica crossover dei serbi Balkanika conferma che le melodie di oltreadriatico hanno sempre il loro fascino anche quando sono al servizio di brani molto meno forti.
Ora tutto è pronto per la finale di domani sera: l’Italia canterà per ultima, a ridosso delle votazioni e le quotazioni sono in ascesa. Non resta che incrociare le dita.

