Asteria: “Ferite per tutti” è un disco di introspezione. La nostra intervista
È uscito venerdì 30 gennaio “Ferite per tutti”, il secondo album di Asteria. Undici tracce fortemente personali che raccontano molto dell’artista, nate da un processo creativo più istintivo e intimo rispetto al passato. Ne abbiamo parlato con Anita Ferrari, vero nome dell’artista bergamasca, che ha definito questo disco, in una parola, “introspezione”:
Allora, Asteria, “Ferite per tutti” è il tuo secondo album, ce lo vuoi raccontare?
Molto volentieri. Allora, “Ferite per tutti” nasce un po’ dalla mia esigenza in primis musicale, artistica, di scrittura, di ritornare un pochino ad ascoltare me stessa, in maniera proprio, ti direi, a 360 gradi. Nel senso che io ho lavorato per l’album precedente con tantissimi producer ed è stato un po’ il primo approccio a girare negli studi, capire un po’ anche il workflow da autrice, tutte queste cose. E “Ferite per tutti”, invece, torna ad una dimensione del mio studio, io con me stessa, a sperimentare i suoni, cercare reference, ma in realtà io non lavoro tantissimo a reference, però, insomma, ascoltare e lasciarmi travolgere un po’ da delle sonorità e poi farle mie, nel senso di raccontare la mia storia attraverso tutti gli eventi che mi sono successi e che io poi ho, diciamo, “riordinato” in questo album che parla di relazioni umane.
Quindi, fondamentalmente, il disco è incentrato sulla relazione con se stessi e con gli altri e il fatto molto forte è che in realtà noi siamo in relazione con chiunque, non solo con le persone più strette o le persone con cui poi creiamo una relazione profonda, ma con tutte le persone con cui abbiamo a che fare, dall’impiegato che ci serve la mattina in banca alla persona che amiamo e con cui magari viviamo. Quindi, diciamo che, riassunto, “Ferite per tutti” parla di questo, di come la nostra emotività influenza gli altri e noi stessi, ovviamente.
Tu racconti, lo leggiamo nel comunicato stampa, che hai sentito l’urgenza di arrivare a produrre questo disco nella spontaneità del tuo processo creativo seguendo l’istinto, ma che istinto era?
Allora, è un istinto, ma è quell’istinto di, diciamo, ascoltarsi. Cioè, è assurdo, ma io faccio molta fatica nella vita di tutti i giorni a prendere davvero sul serio le sensazioni, i micro cambiamenti della mia emotività legati anche alle relazioni che vivo. Questo disco è stato proprio un po’… Allora, leggevo un’intervista di Mahmood che, secondo me, è molto focus su questa cosa. Lui dice, è prima la mia musica a parlare rispetto che io effettivamente a comunicare con gli altri, no? E io mi sono sentita super rappresentata da questa cosa che diceva, perché anch’io la vivo così.
Io arrivo prima a realizzare delle cose scrivendole, trasformandole in musica, rispetto che effettivamente ragionandoci sopra. Insomma, l’istinto è quello di ascoltare la mia emotività, trasformarla in parole grazie alla musica e poi realizzare cose di me, cose del mondo, cose, pensieri che magari sono complessi perché li sento, ma non li riesco a comprendere fino in fondo. Invece, quando faccio musica, in qualche modo diventano molto più chiari, diventano un po’ come quando scrivi, insomma, nero su bianco, diventano con il massimo contrasto possibile e le forme sono molto più chiare.
Beh, hai citato Mahmood e mi sembra scontato dire che, esattamente come la musica di Alessandro, di Mahmood, la tua parla di te e si sente, lo troviamo anche nelle undici tracce di questo disco.
Sì, io diciamo che poi cerco di, attraverso magari le metafore, le immagini, l’arte in generale, se questo riesce a passare mi fa super piacere, cerco di renderla più trasversale. Io parlo della mia vita, ma desidero che nessuno si senta escluso in qualche modo. Poi certo, chi non ha vissuto quel tipo di esperienza non si sentirà rappresentato da quel brano, ma ecco, la mia musica non è fatta per tutti, è fatta per chi ha voglia di intraprendere un percorso insieme a me e in qualche modo, anche per caso, magari scoprirmi in un qualche brano e dire “hai parlato anche di me, grazie”, oppure “lo sento dentro”, perché è una cosa che alla fine anche io faccio quando ascolto gli altri.
Sentirsi rappresentati è bello, ma sentire che la storia dell’artista è realmente vissuta, secondo me, è altrettanto bello e io parlo proprio di esperienze che ho avuto anche perché sono tutti insight che mi sono venuti proprio da quelle. Nulla è costruito a tavolino, non mi sono svegliata un giorno dicendo voglio parlare della guerra per dire no, io ho più realizzato cose attraverso le relazioni, le ho allargate, ho allargato il campo perché poi alla fine secondo me le dinamiche umane si ritrovano in tutti i tipi di tematiche quindi ecco questo è stato un po’ lo scopo di questo disco, di parlare di umanità.
E l’hai fatto con undici tracce che sono tutte quante diverse l’una dall’altra, ma in qualche modo sono collegate, e non penso soltanto a “Scusami” e “Guilty”, le prime due che sono ovviamente collegate tra loro con la coda dell’intro che va a unirsi per l’appunto alla seconda traccia, ma c’è proprio un collegamento, una sorta di filo conduttore tra tutte e undici le tracce di questo disco e questo è incredibile.
Grazie mille, mi fa piacere che ci capisca, ti dirò in totale sincerità che il disco non è stato costruito a tavolino, nel senso che le tracce erano praticamente il doppio, poi ho scremato, ho deciso cosa volevo esprimere e in che punto del disco, però le tracce sono nate tutte indipendentemente l’una dall’altra.
Probabilmente era proprio qualcosa che io stavo covando dentro di me che è uscito proprio a mo’ di parto e mi fa piacere che in qualche modo il senso che io ho dato alle tracce – quindi proprio la narrazione dalla prima all’ultima – arrivi anche all’ascoltatore perché per me è fondamentale. Poi adesso poche persone si ascoltano un disco dall’inizio alla fine un po’ per il tempo, un po’ per il tipo di realtà che stiamo vivendo, però per quelle poche che se lo ascolteranno dall’inizio alla fine per me è molto importante che il disco sia proprio un viaggio.
E se volessimo trovare proprio una traccia di questo disco che più delle altre, secondo te, secondo l’artista può essere la porta d’ingresso, la carta d’imbarco per questo viaggio – oltre alla title track, “Ferite per tutti”, naturalmente?
Difficile, difficilissimo perché allora dipende se ci focalizziamo su una questione più diciamo tematica allora forse “Guilty”, ma per il testo anche “Supercar” forse, a livello di testo la più profonda, quella che io ho dedicato a me stessa giusto per dirti qual è forse quella più intima ecco, è “Schegge di vetro”. Non ritengo che sia una hit, non ritengo che sia un brano facile quindi se fosse il primo approccio di un ascoltatore ad Asteria forse non consiglierei “Schegge di vetro” per quanto parli di me e parli a me soprattutto, quindi è molto molto cruda, forse in quel caso consiglierei o “Mai più” o “Ferite per tutti”.
“Mai più” magari non è emblematica del mood che si ritrova nel disco, nel senso che secondo me è la meno dark e questo è un disco in realtà dalle sonorità profonde, non dark nel senso di scure ma un po’ “tristine” perché comunque la malinconia per me è un po’ il fil rouge del mio progetto, non per altro ma lo è anche nella mia vita, quindi forse ti direi se dovessi catturare un nuovo ascoltatore “Mai più”, se dovessi invece parlare intimamente del disco “Ferite per tutti”, “Guilty”, “Schegge di vetro” cioè sono quelle un pochino più focus a livello di tematica e di testo.
In “Schegge di vetro” si sente tantissimo quello che mi hai appena detto, voglio dire, l’ascoltatore lo sente che è un brano intimo, profondo, si sente proprio l’anima.
Grazie, questa cosa mi fa super piacere. Ero in dubbio se metterlo nel disco o no perché chiaramente non è stata pensata come una hit, non è stata pensata come un pezzo che dovesse per forza bucare, però dentro di me – come nel disco precedente c’è per dire “Protetta” – in questo c’è “Schegge di vetro”, cioè c’è quella piccola virgola, quella piccola parentesi di “questo lo faccio per me”, cioè in un intero disco pensato per comunicare qualcosa in maniera chiara, limpida per l’ascoltatore, qui “me ne frego” un po’. Infatti anche a livello di cassa è forse l’unico brano che ha un po’ delle drums che ricordano lo UK, che è sicuramente la cosa meno radiofonica dell’universo però che io amo follemente, quindi lì è proprio tutta una scelta sia musicale che di testo fatta per me stessa, una piccola lettera a me stessa.
Ascoltando i singoli, tutti quelli che l’hanno anticipato, c’è uno che proprio appena l’ho ascoltato mi ha fatto dire “ok, fermiamoci un attimo” ed è “Ciò che sarà“. Quel brano veramente è particolare unisce più generi e ha una profondità veramente fuori dal comune.
Grazie mille, l’ho scritto in un momento difficile quindi probabilmente si sente anche quello, e il fatto di poter scrivere anche appunto in solitudine. Nel senso, insomma, io so suonare, so produrre per quanto con i miei limiti, quello mi permette di entrare veramente in un’intimità che in studio io faccio fatica a raggiungere ed è una cosa a volte negativa ma che a volte in realtà secondo me è molto positiva.
Nel senso, poi escono canzoni come “Ciò che sarà” che parlano di me senza vergogna, mi metto completamente nudo e ti dirò: quella è una delle canzoni più emblematiche di quello che ti dicevo prima, per cui la mia musica arriva prima di me, perché quando poi è uscita la canzone io poco prima mi sono lasciata, e quella canzone l’ho scritta almeno 5-6 mesi prima che uscisse – è una delle ultime che ho scritto – e in qualche modo presagiva già tantissime cose, quindi per me la musica ha proprio un potere catartico che si rifà anche alla mia realtà di tutti i giorni.
Facciamo un passo indietro nel tempo, perché la prima volta in cui ho avuto modo di scoprire la tua musica, in cui anche i nostri lettori hanno avuto modo in qualche modo di scoprire la tua musica, è stato grazie a un featuring, grazie a “Santa subito” insieme ad Angelica, Chiamamifaro, un brano che è diversissimo da questo disco, diversissimo da buona parte dei tuoi brani, però anche lì c’è tanto di te e si sente.
Sì, quella è stata una collaborazione che Chiamamifaro mi ha proposto e io ho avuto molto piacere nello sperimentare insieme a lei, proprio perché secondo me in qualche modo – a parte il fatto che siamo entrambe bergamasche, che comunque è qualcosa diciamo che comunque non è nulla di artisticamente correlato – ecco sento io personalmente se dovessi fare un’autoanalisi di avere una scrittura abbastanza indie in realtà, nonostante il mio genere sia proprio l’opposto. Io alla fine faccio pop elettronico, che è forse quello che si discosta di più dall’indie, diciamo quasi un po’ l’opposto per quanto tutti adesso cerchino di fare qualcosa di pop ma nel senso di commerciale, nel senso di trasversale.
In quel caso lì io ho sentito di poter portare un po’ la mia introspezione in un brano che era fortissimo già di suo, pop, dritto, con un messaggio molto chiaro, allora l’unica cosa che io mi sono sentita di poter fare è di portare un po’ qualche gioco di parole, introspezione, questa specie di narrazione che io faccio anche poi in “Ciò che sarà” del cantato ma quasi parlato, come dire “ok, fermiamoci un attimo, hai sentito tutto questo che funziona, è bellissimo, è una suggestione che funziona perfettamente, suona, è pop, ora andiamo un pochino più sullo urban”.
E secondo me ha funzionato su questo brano proprio per quello, perché abbiamo unito due anime simili magari nelle tematiche, nel modo di descrivere le cose, ma diverse a livello proprio di spirito. Mi ha molto divertita anche quando l’abbiamo fatta live all’Arena di Verona ai Future Hits Live, è stato molto bello, un’esperienza.
Questa è una curiosità personale, più che altro: hai firmato un brano che si intitola “Lontano da qui”, è presente nel clubtape di Elodie. Com’è stato a lavorare con lei?
Allora io non ho lavorato direttamente con lei. In realtà ti dico l’assurdo è che questo è il primo brano che io ho scritto con Lunar, nel senso che era la prima volta che ci vedevamo in studio, è nata questa cosa forse perché io ero particolarmente ispirata e lui è particolarmente nella mia vibe musicale, ho scritto il brano con lui ma doveva essere un mio brano.
A un certo punto mesi dopo il mio discografico – che è anche il manager di Elodie insieme a Max, quindi Jacopo Pesce – stavamo facendo una sessione di ascolti di brani che ho scritto nel tempo e mi ha detto “stiamo facendo questo progetto con Elodie, una roba molto club” così io innamorata del mondo club, non tanto perché io lo frequenti ma tanto più perché mi piacciono le sonorità e tutto questo mondo dark, un po’ un po’ “Eyes Wide Shut” per fare una citazione, lui l’ha sentita ha detto che è adattissima. Mi ha proposto questa roba e gli ho detto “fagliela sentire immediatamente”. A lei è piaciuta tantissimo e quindi poi è finita nel disco, e io felicemente colpita da questa cosa.
Quando l’ho sentita cantare la prima volta al Forum, con tutta la gente che la sapeva a memoria, ti dico piangere è stato il minimo che potessi fare, e insomma ho pensato “allora forse io questa cosa la so fare”. Poi ho un po’ la sindrome dell’impostore, perché quando succedono cose belle sono tipo “ma vabbè è stato un caso non succederà di nuovo”, e invece in quel caso lì è stata un po’ una conferma di… “beh allora io so scrivere delle cose che la gente insomma apprezza”, perché sai poi da emergente è estremamente difficile avere questo confronto.
Un po’ perché poche persone ti conoscono, un po’ perché le dinamiche sono diverse, è difficile capire quanto veramente anche solo questo mio ultimo disco – ma anche quello precedente – poi sia piaciuto davvero, a quante persone ha cambiato la vita, quante persone sono state accompagnate nei loro viaggi al mare dai miei pezzi. Insomma è stato più facile forse più in grande percepirlo da questo lavoro con Elodie.
In mezzo a tutto questo ci sono state altre esperienze, tra cui quella di Sanremo Giovani: pensi di presentare qualcos’altro in futuro se se ne avrai piacere se se ne avrei la possibilità?
Beh io penso che ormai Sanremo Giovani sia un po’ l’unica strada percorribile per gli emergenti se non ovviamente quella dei social, che è un po’ più mi verrebbe da dire meritocratica, democratica, però in realtà forse nemmeno – anche lì forse è un po’ più a fortuna, a costanza – è un po’ l’unica strada che vedo percorribile per il mio progetto in primis nel senso che io non ho mai voluto fare talent perché le competizioni non le apprezzo molto – tantomeno nell’arte – quindi poi vedo Sanremo Giovani più come una vetrina che una vera e propria competizione, un primo accesso alla TV.
Cioè sono già stata in TV, però un primo accesso alla TV nel senso di “ok, ho fatto questa cosa quindi poi magari è più probabile che i vari canali possano spingere la tua musica e poi che il pubblico ti veda”,perché alla fine quello è quello che serve per un emergente, e personalmente ti dico io cercherò sempre di spingere la mia musica, quindi se l’anno prossimo ci sarà occasione di portare un brano a Sanremo sarò sicuramente la prima a farlo.
Per chiudere in bellezza ti faccio la domanda da un milione di dollari: se volessimo riassumere “Ferite per tutti” in una parola o in una frase, quale sarebbe?
Ok, ti direi introspezione. Introspezione nonostante parli di relazioni e nonostante io veda questo disco come… Hai presente quelle immagini di networking, quindi tutti i fili che collegano persone, cose? Nonostante io veda questa cosa così ampia in realtà poi torna tutto al sentire se stessi, sapersi comunicare, sapersi ascoltare. Sì, ti direi introspezione.
Bellissima, mi piace. Grazie per la disponibilità, e speriamo di sentire prestissimo nuova musica.
