La selezione per l’Eurovision a Sanremo 2027 invece delle cover è un suicidio assistito
L’ultima bomba è quella lanciata da Dagospia: le case discografiche avrebbero chiesto ed ottenuto da Stefano Di Martino, direttore artistico di Sanremo 2027, di sostituire la serata cover con una gara ad hoc per scegliere il rappresentante italiano ad Eurovision 2027.
Avete letto bene. Secondo questo progetto, che a quanto ci risulta possiamo dare per fatto, non sarebbe più il vincitore della manifestazione ad andare ad Eurovision bensì quello selezionato da una gara a parte, da svolgersi nella quarta serata di Sanremo. Con le stesse canzoni e gli stessi artisti in gara, ma con esibizioni più eurovisive. Ora, a parte l’idiozia di far preparare due diverse performance quando ne basterebbe una buona per entrambi gli eventi, ci sarebbe molto da dire su quanto questo faccia male prima di tutto a Sanremo e poi anche ad Eurovision. Il rimando, sul tema è agli amici di Eurofestival News. Qui ci si preferisce concentrare invece su quanto tutto questo sia simbolo del disprezzo della discografia italiana per il più grande concorso europeo musicale, di quanto lo consideri solo una gallina per fare il brodo, né più e né meno come un qualunque talent.Da usare e poi gettare quando non serve più.
La strada spianata per il baratro
Costruire una selezione ad hoc per Eurovision dentro il Festival di Sanremo è il miglior modo per ammazzare la partecipazione italiana e magari, nel giro di 4-5 anni (forse pure meno), trovare la scusa per andarsene di nuovo.
Quella dell’audience non regge più, perché i dati auditel confermano ancora una volta come l’evento sia ormai forte e consolidato. Quella dell’evento “a perdere” per l’Italia che dovesse organizzare è stata cancellata dai dati di Torino, che pur facendo poco più del minimo indispensabile ha avuto una ricaduta economica di 100 milioni di Euro e 55.000 turisti in una sola settimana. Così eccone un’altra pronta all’uso: per le case discografiche italiane Eurovision è visto come un costo, non come un’opportunità.
E allora se la Rai vuole continuare a partecipare, ecco la proposta: una serata ad hoc per scegliere l’artista “migliore” da mandare ad Eurovision. Magari una sorta di “risarcimento economico” per chi, arrivato alla quarta sera sa già di non poter vincere Sanremo. In fondo, ai padroni del vapore è questa la sola cosa che interessa. Non il risultato. E comunque, in ogni caso sarà colpa dell’Europa che non ci apprezza. Allora non vale più la pena partecipare, faranno dire a certi programmi del pomeriggio.
Il più grande firmacopie del mondo
Chi scrive è accreditato in sala stampa ormai da diversi anni e mentre da un lato ha visto crescere la Rai, che adesso ha imparato finalmente a giocare ad Eurovision e raccoglie i meritati frutti del suo lavoro (9 top 10 consecutive, con 6 piazzamenti in Top 5 con una vittoria, andamento ineguagliato da tutti gli altri paesi in gara, comprese “potenze eurovisive” come la Svezia); dall’altro ha visto le case discografiche disinteressarsi completamente dell’evento ogni volta di più.
Per le etichette discografiche italiane, Eurovision è solo un firmacopie internazionale, dove quello che conta è promuovere l’artista e il disco in uscita in Italia. Poco importa se si è nel bel mezzo di un evento internazionale e 50 giornalisti italiani sono lì per quello. Quest’anno per esempio, noi che eravamo a Vienna, ci siamo visti negare le interviste con Sal Da Vinci nel giorno in cui erano previste, perché “l’artista è stanco: ha fatto tutta la mattina interviste telefoniche sull’album in uscita con i colleghi in Italia: dovete comprenderlo”.
Lo scorso anno, con Lucio Corsi, la conferenza stampa collettiva fu organizzata in un albergo e insieme a noi che eravamo a Basilea c’erano in collegamento quelli dall’Italia. Che ovviamente, non essendo sul posto, facevano domande su ciò che interessava davvero. Due anni fa in Svezia, con Angelina Mango si voleva organizzare una conferenza online. Anche se tutti noi eravamo sul posto. Con Mengoni a Liverpool, ai media sul posto, fu riservato uno slot di tre minuti. Tutti insieme. Dopo che aveva parlato con tutti gli altri.
Diventare davvero una Big 5: e quindi fallire
Costruire una selezione ad hoc per Eurovision all’interno di Sanremo denota soprattutto ignoranza del perché l’Italia è così amata da pubblico e giurie. Perché si, è vero: siamo l’unico Paese, in questo momento, che gode di simpatie a prescindere all’interno della bolla eurovisiva (chi l’avrebbe mai detto, 15 anni fa…). E questo ci porta spesso in dote anche dei punti extra.
Ma questo bonus non è un regalo. L’Italia l’ha meritato sul campo, perché non cerca di imitare nessuno: né la plastica pop svedese, né i clichè eurovisivi. L’Italia ad Eurovision piace perché è sé stessa. Non trasforma Sanremo in una finale per Eurovision, bensì il contrario: trasporta l’Eurovision dentro la canzone che ha scelto.
Chi organizza serate ad hoc per scegliere la canzone eurovisiva, con concorsi dedicati o inserendole, come si vorrebbe fare da noi, in talent o programmi, è miseramente naufragato. Il caso più eclatante è la Spagna, il cui Benidorm Fest, rilanciato appositamente per Eurovision, è finanziato con milioni di Euro dalla tv e dal governo andaluso. Bilancio: 17,22, 24. Il primo anno arrivò un podio, certo. Ma c’era il booty hypnotic di Chanel. A proposito, per l’ispano-cubana, disse l’allora direttore di BMG, c’era un progetto per il lancio internazionale. Ne avete più sentito parlare?
La Germania organizza selezioni per Eurovision da sempre. Nello stesso lasso di tempo in cui l’Italia ha centrato 9 top 10, la tv tedesca è arrivata quattro volte ultima, tre penultima e una terzultima.
Si potrebbe andare avanti facendo l’elenco degli insuccessi delle selezioni nazionali di Paesi come la Francia o il Regno Unito (quest’ultimo pure senza a dire il vero, ma è un’altra storia…) ma forse l’esempio più calzante come queste selezioni nazionali ad hoc non funzionino è il Festivali I Këngës, il Sanremo d’Albania: più o meno con le stesse motivazioni con cui oggi da noi si vorrebbe una scelta ad hoc per Eurovision, per due edizioni si è scelto di non mandare il vincitore bensì il campione del televoto: sono arrivati un 22.posto e una eliminazione.
La mancanza di cultura eurovisiva e l’italocentrismo
C’è poi un altro discorso, a latere ma non troppo. All’Italia manca una cultura Eurovisiva. Ci sono voluti 10 anni per far affezionare il pubblico ad Eurovision e oggi possiamo dire che c’è una nuova generazione di eurofans.
Chi invece, nelle intenzioni di questo progetto, dovrebbe selezionare la canzone eurovisiva italiana non ama la rassegna e continua a giudicarla con lo stesso italo-centrismo che quando si parla di Eurovision esiste sin dal 1961. Da quando cioè taluni giornali, raccontando di come Betty Curtis fosse stata sorteggiata a cantare per ultima scrivevano:
La competizione è fra i pochi paesi che producono canzoni che vanno in voga. Perché affidarli al caso nell’ordine della presentazione? Tolta l’Italia, la Francia e altri due tre Paesi, cosa resta di questo festival? Il pubblico in sala, i critici, giuria e 40 milioni di spettatori sono stati costretti a sorbirsi parecchie ore di chiacchiere e motivi sempliciotti prima di poter udire e giudicare la creazione di un paese che diffonde in tutto il mondo i dischi delle sue originali canzoni.
O ancora, da quando nel 1965, quando i giornali definirono “abissale” la distanza fra “i motivi proposti da Mario Del Monaco nell’intervallo e le canzoni in gara”, additando “Poupée de cire, poupée de son” come “la peggior canzone in concorso, certamente destinata all’ultimo posto”. France Gall vinse e il brano superò il milione di copie nel mondo.
Chi scrive è stato presidente di Giuria Rai per Eurovision 2021: l’esperienza è servita a confermare quanto sia ancora distante la sensibilità di (alcuni) colleghi dal mondo eurovisivo. A quel tavolo, c’era chi chiedeva:
Perché mai questi cantanti si agitano cosi tanto? Non possono stare fermi davanti al microfono come a Sanremo?.
O ancora, dimostrando di non conoscere cosa stesse andando a giudicare:
Ma davvero stasera ascolteremo 26 canzoni? Quindi faremo le tre di notte come a Sanremo?
La giuria italiana nel 2023 in semifinale assegnò 12 punti ai Paesi Bassi, eliminati. Il presidente di quella giuria, il giorno dopo la finale, scrisse su un quotidiano mainstream lamentandosene, e dicendo che l’Eurovision è una manifestazione “con buffi artisti di paesi lontani”, nel quale “la Finlandia porta in gara la reincarnazione dello Scrondo: noi l’avevamo messa in fondo fin dal primo giro, tanto per capirci come il gusto della giuria di qualità non conti nulla”. Di Mia Nicolai e Dion Cooper si sono perse le tracce. Käärijä ha vinto il best nordic Act agli MTV Awards.
Della vincitrice Loreen scrisse che “resteranno solo le unghie“, più o meno come quell’altro che in occasione del primo successo della svedese nel 2012 disse che “sarà molto difficile che un giovane europeo ascolti la canzone vincitrice”. “Euphoria” e “Tattoo” insieme hanno superato i 15 milioni di copie nel mondo, vincendo due dischi di diamante e 40 di platino.
Ancora negli ultimi due anni, la nostra giuria ha assegnato 12 punti a proposte discutibili come quella del Regno Unito (le stonatissime Remember Monday) o credibili a livello discografico ma cantate male (Belgio)
Chi scrive dal 2022 ha modo di tastare il polso di coloro che Eurovision lo raccontano sul posto. E può confermare come una parte della stampa mainstream continui ancora a giudicare Eurovision usando Sanremo come metro di paragone. Tralasciando ovviamente i gusti personali, alcuni definivano le performance più genuinamente eurovisive come “chiassose e confusionarie” assegnando poi a queste voti bassissimi. Naturalmente poi queste proposte hanno concluso ai vertici della classifica.
La domanda, quindi nasce spontanea: come verrà formato dunque il panel “selezionatissimo” di esperti che saranno chiamati a scegliere il brano eurovisivo per l’Italia? Con quali criteri? Eurovision non è la finale di Amici, anche se qualcuno lo pensa. Perchè, ad esempio, non è vero che conta soltanto vincere. Chiedere a Rosa Linn, ai Napa, a Marina Satti come è cambiata la loro vita, solo per citare i successi più recenti di non vincitori. Le carriere di gente come Nemo e JJ invece, sono già finite, nonostante il trofeo vinto.
Per qualcuno Eurovision sembra essere una merce di scambio, col ritorno dei big in concorso dopo un’annata di boicottaggi. Per altri invece è un’arancia da spremere, al punto di inventarsi persino improbabily Academy. In stile Amici, appunto. Di sicuro, per nessuno di questi Eurovision è un evento internazionale che merita rispetto Con buona pace di chi come i media specializzati Eurovision lo segue tutto l’anno e ne conosce dinamiche ed implicazioni.
Insomma per dirla con Caparezza: ancora una volta, chi se ne frega della musica.

