Il concerto di Raphael Gualazzi è una cura per l’anima: la musica senza altro intorno
Mettere in pausa il mondo per 90 minuti, ma soprattutto, riscoprire il piacere della musica fine a sé stessa. Fa quasi strano, in fondo, in un tempo nel quale – forse anche giustamente, in fondo – la musica è usata per mandare messaggi forti, assistere ad un concerto dove l’unico messaggio è “aprite il cuore alla musica”: Raphael Gualazzi in versione quintetto è tutto questo. Chi scrive l’ha visto a San Gemini, un piccolo borgo in provincia di Terni nell’ambito di un ciclo di concerti denominato Suoni Controvento volto proprio a valorizzare con la musica gli scorci più belli dell’Umbria.
Gualazzi vince diverse sfide. La prima è quella del jazz, che si dice non abbia un pubblico facile. Invece la gente che c’è a sentirlo non è proprio avvezza al genere eppure batte il tempo col piede e applaude a scena aperta. L’altra è quella che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che il jazz è intrattenimento su larga scala, nel quale – almeno in quello che suona Gualazzi -dentro ad un genere complesso se ne mescolano tanti altri, ciascuno dei quali lascia dentro il suo aroma, senza rovinare il blend principale.
La terza è infine appunto quella della musica e basta. Nei 90 minuti di concerto Gualazzi non fa lunghi pistolotti sulla sua vita privata, non parla di politica, di sociale, né di guerre.A dirla tutta, non parla proprio: pochissime parole che non siano quelle delle canzoni: solo un break per presentare la band, un altro brevissimo per presentare “Not scared”, il singolo più recente estratto dall’ultimo lavoro “Dreams” (2023) e poi nel finale, per giocare col pubblico sulle note di un pezzo dei Blue Brothers. E anche quando parla, ha un garbo antico. Esordisce con “Gentilissimo pubblico”, quasi un’artista d’altri tempi.
La sua musica è una cura per l’anima, oltrechè un piacere per le orecchie: virtuoso del pianoforte, si alza solo una volta per imbracciare l’ukulele e appunto eseguire l’ultimo singolo, non senza concessioni a qualche assolo. Suo ma anche dei musicisti che l’accompagnano: Michele Mecco Guidi (hammond, tastiera e backvocal); Luigi Faggi (tromba e backvocal); il francese Anders Ulrich (contrabbasso e basso elettrico); Gianluca Nanni (batteria, percussioni, backvocal): di questi solo Faggi lo aveva accompagnato nell’avventura all’Eurovision 2011, quando portò la sua “Madness of love” al secondo posto.
A proposito di “Madness of love”, versione bilingue di “Follia d’amore”, quella che si ascolta live è una versione ulteriormente diversa. Certamente sempre parzialmente in inglese (molto meno, comunque) ma lunga come quella di Sanremo – mentre quella per l’Eurovision fu accorciata a 3 minuti, per regolamento -e così la parte in inglese suona quasi inedita a chi conosce la versione per l’Eurovision. Poco spazio alle hit: c’è “Reality & Fantasy”, manca invece per esempio “L’estate di John Wayne” così come non ci sono le altre due canzoni sanremesi. La scelta ricade invece su brani meno noti al grande pubblico, almeno a chi non segue l’artista, ma sicuramente più coinvolgenti.
Il pubblico è seduto composto, ma più di qualcuno non resiste e balla lo stesso, poi l’applauso forte, cinque minuti di ovazione. Il quintetto esce, rientra solo Gualazzi che regala una grande sorpresa: una versione solo piano (senza nemmeno la voce), riarrangiata in chiave jazz di “Vacanze romane” dei Matia Bazar. Poi ancora un brano e la chiusura con l’invito. “Gentilissimo pubblico, è arrivato il vostro momento: cantiamo insieme”. Si va avanti così, con un un botta e risposta di oltre cinque minuti, a chiudere un bis che complessivamente di minuti ne dura quasi 20. C’era proprio bisogno di un concerto così. E ce n’era bisogno proprio adesso, che la musica è stata presa in ostaggio dal mondo.

